Il governo Meloni ridisegna i vertici delle principali partecipate pubbliche e imprime una svolta netta soprattutto su Leonardo, dove Roberto Cingolani viene sostituito da Lorenzo Mariani alla guida del gruppo della difesa.
La decisione è stata formalizzata con il deposito delle liste del ministero dell’Economia per il rinnovo dei consigli di amministrazione di Leonardo, Eni, Enel ed Enav, e segna uno dei passaggi più delicati della stagione delle nomine pubbliche dopo settimane di tensioni interne al governo.
A differenza di Leonardo, dove si consuma il cambio più significativo, nelle altre grandi partecipate prevale la linea della continuità: Claudio Descalzi ottiene il quinto mandato consecutivo come amministratore delegato di Eni, Flavio Cattaneo resta al vertice operativo di Enel, mentre Paolo Scaroni viene confermato presidente. In Enav arrivano invece Sandro Pappalardo come presidente e Igor De Biasio come amministratore delegato.
Il cambio in Leonardo
L’uscita di scena di Cingolani era nell’aria da giorni, ma la conferma ufficiale chiude una partita che ha agitato sia il mercato sia gli equilibri interni al governo. Ex ministro della Transizione ecologica nel governo Draghi e amministratore delegato di Leonardo dal 2023, Cingolani lascia dopo un triennio segnato da risultati industriali positivi: ricavi in crescita, utile netto in aumento e una forte proiezione internazionale del gruppo.
A sostituirlo sarà Lorenzo Mariani, manager con lunga esperienza interna a Leonardo e oggi amministratore delegato di Mbda Italia, il consorzio europeo dei missili partecipato dalla stessa Leonardo insieme a Airbus e BAE Systems. Alla presidenza arriva Francesco Macrì, già membro del cda e figura considerata vicina all’area di Fratelli d’Italia.
La scelta di Mariani rappresenta anche una vittoria indiretta del ministro della Difesa Guido Crosetto, che già tre anni fa lo aveva indicato come candidato ideale per la guida del gruppo. Crosetto avrebbe tentato fino all’ultimo una mediazione per evitare la rimozione di Cingolani, salvo poi convergere sul nome di Mariani.
Autonomia industriale e “Michelangelo Dome”
Dietro la sostituzione di Cingolani si intrecciano motivazioni politiche, industriali e strategiche. Secondo diverse ricostruzioni, il deterioramento del rapporto con Palazzo Chigi si sarebbe accelerato attorno al progetto “Michelangelo Dome”, il sistema antimissile basato su intelligenza artificiale presentato da Leonardo come piattaforma integrata europea per la difesa aerea.
Il progetto, concepito come risposta continentale ai nuovi scenari di guerra e ispirato al modello israeliano dell’Iron Dome, avrebbe provocato irritazione nella premier Giorgia Meloni per due ragioni: da un lato i tempi ancora incerti di realizzazione, dall’altro il modo autonomo con cui Cingolani avrebbe promosso l’iniziativa sul piano internazionale, senza un pieno coordinamento politico con Palazzo Chigi.
Sul dossier pesa anche la strategia europea perseguita negli ultimi mesi da Leonardo sotto la gestione Cingolani: l’asse con Rheinmetall, Airbus e Thales per rafforzare l’integrazione industriale nel settore difesa è stato letto da alcuni osservatori come un orientamento più marcatamente europeo, non sempre coincidente con la linea geopolitica del governo Meloni, fortemente ancorata all’alleanza atlantica.
Continuità in Eni ed Enel
Se su Leonardo il governo ha scelto la discontinuità, su energia e infrastrutture prevale invece la stabilità. In Eni, Claudio Descalzi viene confermato per il quinto mandato consecutivo come amministratore delegato, consolidando un record ai vertici della principale major energetica italiana. Alla presidenza arriva Giuseppina Di Foggia, finora amministratrice delegata di Terna, prima donna a guidare il board del gruppo.
In Enel, nessun cambio al vertice operativo: Flavio Cattaneo resta amministratore delegato e Paolo Scaroni presidente. La scelta segnala la volontà del governo di non alterare gli equilibri in un settore energetico ancora attraversato da forte instabilità internazionale.
Per Enav, infine, il nuovo assetto prevede Sandro Pappalardo presidente e Igor De Biasio amministratore delegato.
Controllo politico?
La sostituzione di Cingolani assume un significato che va oltre la semplice rotazione manageriale. La decisione maturata a Palazzo Chigi conferma la volontà della premier di rafforzare il controllo politico sulle aziende strategiche, in particolare nei settori difesa, energia e infrastrutture, in una fase in cui la sicurezza industriale è diventata parte integrante della politica estera.
Non a caso, secondo fonti vicine al dossier, dopo la sconfitta referendaria delle scorse settimane Meloni avrebbe spinto per profili ritenuti più allineati all’impostazione dell’esecutivo. Un criterio che ha inciso soprattutto nel caso Leonardo, dove il profilo tecnico e autonomo di Cingolani è apparso sempre meno compatibile con la centralizzazione decisionale voluta da Palazzo Chigi.
La reazione dei mercati non si è fatta attendere: il titolo Leonardo ha registrato un calo significativo in Borsa dopo l’annuncio, segnale delle perplessità degli investitori davanti a un cambio al vertice arrivato nonostante risultati economici considerati solidi.

